#CETA – Come le Multinazionali porteranno gli Stati in tribunale

#CETA – Come le Multinazionali porteranno gli Stati in tribunale

Dell’accordo di libero commercio UE-Canada appena approvato dal parlamento europeo, ed ora in attesa di approvazione da parte dei parlamenti dei 28 (o 27) Stati membri dell’UE, mi interessa analizzare in particolare una questione di materia giuridica ovvero la clausola ISDS che nel CETA si manifesta col nome di ICS. In questa sede ho anche l’onere di ricordare purtroppo che questo accordo è già in vigore in via provvisoria, anche se ancora non passato al vaglio dei parlamenti nazionali; iter che comincerà a breve.

ISDS significa “Investor state dispute settlement” e si tratta di un sistema per la risoluzione delle dispute fra gli Stati e gli investitori esteri quando essi sentano il loro investimento minacciato dall’operato dello Stato in cui hanno investito. A tal fine è previsto il ricorso ad un arbitrato (una corte privata) dove gli investitori possono citare in giudizio gli Stati nazionali per ottenere un risarcimento dei danni. Le sentenze dell’arbitrato non prevedono appello e sono quindi irrevocabili. Gli investitori non sono obbligati in prima istanza ad adire una corte nazionale ma bensì possono rivolgersi subito alla corte arbitrale.

La ISDS è la clausola diciamo “classica”, nel CETA abbiamo la ICS, una rielaborazione ad opera della Commissione Europea che fungerà da clausola tipo per gli accordi commerciali che l’UE stipulerà da ora in avanti. Essa però si differenzia ben poco dall’originale della quale mantiene ovviamente i punti cardine.

“Investment Court System” per gli amici ICS. Le differenze con la sua sorella maggiore ISDS non sono molte. Le uniche ragguardevoli sono: 1. possibilità del processo di appello  2. impossibilità di presentare più ricorsi su una stessa questione 3. possibilità per gli investitori di scegliere se rivolgersi ai tribunali nazionali o se invece utilizzare il meccanismo arbitrale ICS (in pratica potranno scegliere la legislazione più conveniente)

Né la clausola ISDS né la ICS prevedono che un paese non possa prendere provvedimenti legislativi autonomi anche se questi potrebbero minare “le legittime aspettative dell’investitore” (cosa significhi questa espressione nessuno lo sa spiegare, orgasmo giuridico per la sua vastità di interpretazioni) oppure concretizzarsi come “esproprio indiretto” dell’investimento (concetto anche questo indefinito: qualsiasi provvedimento pubblico che toglie valore all’investimento fatta salva la protezione della salute pubblica, ma anche lì ci sarebbe da discutere).

Tutto vero, però possiamo considerare la pressione, dovuta alla paura di pagare dei risarcimenti come un vincolo esterno piuttosto forte al quale i parlamenti saranno soggetti. Ogni volta che verrà soltanto pensato un provvedimento legislativo il parlamento dovrà chiedersi se esso potrà essere considerato un danno per gli investitori stranieri. Nessuno obbliga nessuno, ma sappiamo bene che per il timore di infastidire i mercati nel nostro paese non si vota dal 2013, oppure si attuano certe politiche di austerità, ecc… Figuriamoci se poi ci fosse all’orizzonte il pericolo di pagare multe stratosferiche. Siamo dinanzi alla massima realizzazione del concetto di economia senza Stato, senza politica. Il trattato opera al di sopra delle costituzioni, delle leggi nazionali e del controllo dei cittadini.

Se però leggiamo fra le righe ci rendiamo conto che andiamo ben al di là del “normale” vincolo esterno a cui l’UE ci ha abituato. Fin ora infatti è successo che siamo stati obbligati ad attuare norme e direttive, modificare parti della Costituzione o abrogare leggi o parti di esse poiché in contrasto col diritto comunitario considerato dai Trattati e dalla giurisprudenza come superiori all’ordinamento nazionale. Qui è diverso perché né l’UE, né il Canada, né l’arbitrato chiederanno mai di introdurre una norma o di disapplicarne altre e questo perché tanto ciò che interessa è il risarcimento stratosferico che l’investitore riceverà in caso di comportamento giudicato “scorretto” da parte dello Stato ospitante. Il territorio con il suo popolo, con il suo parlamento, con la sua sovranità, è considerato niente. Dice l’investitore: Caro Stato X tieniti le leggi che vuoi, tanto io mi prendo il risarcimento se il mio business è minacciato, sono al di sopra di questa quisquilia chiamata Stato di Diritto.

Gli Stati contano così poco che infatti si stimano ricadute bassissime in termini di aumento del commercio fra UE e Canada nei prossimi anni. Dopo tutto è logico, il Canada è un gigante territoriale ma dal punto di vista economico e demografico insomma. Il vero obiettivo di questo accordo è la definizione di uno standard per il trattamento degli investitori stranieri a giro per il mondo.

Questo tipo di clausole sono già in realtà lo standard. Numerosi sono gli esempi che si potrebbero fare riguardo a quando gli investitori sono riusciti ad ottenere risarcimenti enormi citando in giudizio gli Stati nazionali.

Nel 2013 nell’ambito dell’ “Unified Agreement for the Investment of Arab Capital in the Arab States“ la Libia ha dovuto pagare 935 milioni di dollari ad un investitore straniero che aveva investito 5 soli milioni di dollari in un progetto di sviluppo turistico poi cancellato.

Ho preso questo esempio solo perché mi pareva il più significativo: 5 milioni di investimento ma la Libia ne ha dovuti sborsare 930 in più. Ovvio è la Libia del post Gheddafi, una carcassa in balia delle iene, ma rende comunque l’idea di quanto poco rispetto possiamo aspettarci. Nel momento di difficoltà su di noi tutti si infierirà fino a che non avremo più un soldo da dare.

Molto ci sarebbe ancora da dire riguardo a questo trattato; ho volutamente scelto di sintetizzare una questione specifica e spero di essere stato di aiuto nel lanciare il sasso della riflessione.

Fonti:

dariotamburrano.it

 

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