#Passaporto e #visto: perché ne abbiamo bisogno per viaggiare? Perché poi alcuni passaporti permettono più libertà di movimento rispetto ad altri?

#Passaporto e #visto: perché ne abbiamo bisogno per viaggiare? Perché poi alcuni passaporti permettono più libertà di movimento rispetto ad altri?

Negli ultimi tempi i Mainstream Media stanno riportando alla nostra attenzione il tema della Brexit e, con lo spauracchio delle restrizioni sui viaggi, tentano di inculcare in noi la paura dell’isolamento. Mi è capitato di sentire le opinioni più strane in merito da parte delle persone; opinioni però che mi hanno fatto realizzare che al giorno d’oggi, almeno da noi in Europa, si siano perse le conoscenze di base riguardo a ciò che in realtà sia e rappresenti un passaporto e un visto. Nel post che segue tenterò quindi di spiegare la e le ragioni per cui abbiamo bisogno di passaporti e, più o meno occasionalmente, visti per i viaggi internazionali (ma anche udite udite, nazionali). Il post è un po’ lungo, spero mi perdonerete per questo nello stesso modo in cui auspico che la lettura possa essere per voi interessante.

***

Se rispondere alla domanda sul perché abbiamo bisogno di un passaporto per viaggiare può essere tutto sommato veloce, meno lo è invece, per via delle molteplici ragioni alla base (anche controverse), la risposta sul perché abbiamo bisogno di visti e perché alcuni passaporti ne necessitino meno di frequente per poter oltrepassare alcuni confini.

Passaporto:

Il passaporto che tutti noi conosciamo (e che ora stiamo immaginando) è – citando wikipedia – “…un documento di riconoscimento formale o una certificazione emessa da un governo statale che identifica il portatore come un cittadino di quel particolare stato e richiede il permesso, nel nome della sovranità o governo dello stato emittente, di entrare e passare per altri stati.I passaporti sono connessi al diritto di protezione legale all’estero e al diritto di rientrare nello stato della propria cittadinanza.”

Questa definizione già ci dice a cosa serva tale documento e il perché venga utilizzato, fatti salvi i vari accordi internazionali fra paesi i quali possono non considerare come necessario l’utilizzo del passaporto come documento valido per l’espatrio dando la possibilità di utilizzare una semplice carta di identità la quale può o essere esibita al confine o non esibita affatto come nei famosi Accordi di Schengen dei quali noi assieme ad altri paesi europei siamo parte.

Esistono tutt’ora i cosiddetti “passaporti interni“. Un esempio fra i tanti: in epoca zarista sono nati nell’impero russo dei veri e propri documenti di identità funzionali al viaggiare all’interno del territorio dello stato per gli stessi cittadini dell’impero. Tali passaporti sono stati mantenuti, anche se in forma ovviamente diversa all’interno dell’Unione Sovietica, per poi venire di fatto aboliti dopo qualche traversia nel 1993. Tutt’ora però la Federazione Russa emette il “passaporto del cittadino“, equivalente alla nostra carta di identità, il quale tramite la sua forma a libretto in tutto e per tutto simile ad un passaporto ordinario annota varie informazioni in più riguardo ad un cittadino (rispetto ad una normale carta di identità a cui siamo abituati noi) come per esempio i cambiamenti di stato civile, fedina penale, assolvimento o meno dell’obbligo del servizio militare obbligatorio. Tale tipo di documento di identità interno è tutt’ora usato in molti paesi.

Per terminare questa tediosa enunciazione dei vari tipi di passaporti esistenti voglio segnalare infine i passaporti dei rifugiati, rilasciati dalle autorità del paese che ospita coloro i quali hanno ottenuto il diritto di asilo politico, per proteggere gli stessi nei casi di viaggi internazionali. Tali passaporti possono o meno essere soggetti a restrizioni a seconda della normativa dei paesi di destinazione del possessore. La lista non finisce qui, ma per lo scopo del post penso possa bastare.

Visti:

Due brevi citazioni da wikipedia e il concetto è spiegato alla perfezione: Il visto di ingresso è l’atto con il quale uno stato dà a un individuo straniero il permesso di accedere nel proprio territorio, per un certo periodo di tempo e per determinati fini. Fino all’epoca recente (ventesimo secolo) non esisteva il concetto moderno di un passaporto multi-viaggio e multi-destinazione emesso solo dalla nazione a cui appartiene il portatore. In precedenza potevano generalmente essere emessi da qualunque nazione per qualunque persona, ma solo per un periodo di tempo molto limitato e, generalmente per un singolo viaggio. In questa maniera i primi passaporti erano più simili ai moderni visti d’ingresso che agli attuali passaporti, la cui funzione primaria è di provare l’identità e la nazionalità del portatore. Dopo la seconda guerra mondiale cambia tutto con l’adozione del modello di passaporto che oggi conosciamo.

Il visto serve quindi, in generale, per controllare le identità delle persone grazie all’ottenimento, preventivo al viaggio, di informazioni sulla persona che servono a chiarire se essa abbia o meno i requisiti specifici, decisi dal paese di arrivo, per varcare quella o quelle determinate frontiere per certo tempo e una determinata finalità.

Per quanto riguarda la nostra esperienza l’occidente a guida americana delinea la mappa dei paesi più liberi di viaggiare senza visti a giro per il mondo. A grandi linee, fino alla caduta del comunismo, abbiamo i paesi occidentali che fra di loro sperimentano la libertà di viaggio per i propri cittadini mentre permangono forti restrizioni al movimento delle persone dei paesi socialisti e comunisti anche all’interno dello stesso blocco. Le restrizioni dei cittadini “occidentali” in movimento verso il blocco socialista man mano che ci si avvicina alla fine dello stesso vanno via via affievolendosi.

Ciò riflette, almeno secondo me, la maniera differente in cui un sistema capitalistico, rispetto a un modello socialista, intende la libertà di circolazione di merci, capitali e persone. Un sistema capitalistico per realizzarsi pienamente deve poter muovere liberamente merci e capitali prima di tutto; per farlo si è servito dell’artificio retorico della libertà di movimento per togliere via via le regolamentazioni ai controlli sullo spostamento delle suddette merci e capitali, il vero punto sensibile. E’ più serio di quello che sembra ad una lettura superficiale. Molti paesi sottosviluppati, nei quali la politica non può operare il suo ruolo di controllore dell’economia, subiscono le pressioni di grandi gruppi di potere industriale i quali hanno la possibilità di spostare fabbriche, aziende, investimenti, lavoratori, sedi fiscali, dall’oggi al domani da un paese a un altro. Per le piccole economie di molti paesi al mondo il timore di subire un prelievo di grandi quantità di valuta estera investita è un deterrente sufficiente al mantenimento dello status quo. Mutatis mutandis è ciò che è accaduto e accade ancora oggi nell’Unione Europea: se il lavoratore tedesco non accetta condizioni di lavoro via via peggiori in termini di orario di lavoro e salario beh VW e Opel possono delocalizzare in Polonia molto velocemente dove invece tale modello è accettato solo grazie alla maggiore povertà diffusa. Se poi l’azienda non vuole delocalizzare potrà fare pressioni sulla politica affinché liberalizzi i movimenti delle persone, facendo affluire nel paese le quantità di lavoratori stranieri pronti a lavorare sotto condizioni peggiori, rispetto ad un cittadino nazionale, che necessita. La libertà di movimento può quindi portare anche alla deflazione salariale.

E’ stata questa infatti, sempre secondo la mia modesta opinione, la spinta principale allo sviluppo incontrollato delle libertà di movimento (repetita iuvant: merci, capitali, persone) fino al coronamento del capitalismo liberista nel mondo globalizzato di oggi. E’ tutto questo destinato a cambiare? Forse, i segnali ci sono tutti. Preoccupato da come possa essere tutto ciò inteso tengo a specificare che piuttosto di un auspicio di riduzione di libertà tout court penso si dovrebbe volgere l’attenzione ad un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita; per parlare di burocrazia dei viaggi c’è sempre tempo, poi diciamocelo: se lavoriamo e guadagniamo dignitosamente il costo del visto è l’ultimo dei nostri problemi e il progetto Erasmus si chiama così perché Erasmo da Rotterdam viaggiava molto, anche senza Schengen. 

L’eterna lotta capitale/lavoro non è la sola ragione alla base del controllo (o meno) delle persone anche se oggi ne rappresenta forse la principale. Vediamo altri esempi correlati.

Ragioni demografiche: un paese come l’India, il quale conta ben 1 miliardo 335 milioni e 250 mila abitanti, possiamo renderci conto velocemente che una emigrazione di solo lo 0,1% della sua popolazione renderebbe quell’apparente esiguo numero di persone una forte minoranza all’interno del paese scelto come destinazione finale. Per darvi un termine di paragone: l’Italia è il 23° paese più popoloso al mondo (su 196) possedendo soltanto 60 milioni di abitanti. Partendo dal basso si passa dai 799 abitanti di Città del Vaticano, paese meno popolato al mondo, si devono percorrere ben 173 paesi meno popolosi di noi prima di raggiungere la cifra di 60milioni di anime. Il mondo è costellato di piccoli e medi stati, non grandi agglomerati.

Benessere economico: è evidente che nessuno al mondo possa aver paura di accogliere nel proprio territorio un cittadino norvegese in quanto poco plausibile che si riveli essere un migrante illegale. Norvegia Giappone e Australia occupano il podio dell’indice dello sviluppo umano. Non a caso in ambito Schengen abbiamo ricevuto la maggior parte degli oneri di controllo della frontiera sud (prospiciente l’Africa)  mentre non ci preoccupiamo della frontiera nord. Quand’anche dovessero tornare in vita i Vichinghi sono sicuro che andrebbero a leggersi le statistiche di cui sopra giungendo presto alla conclusione che non ne vale la pena di fare scorribande nel sud europa vista la ricchezza adesso presente in Norvegia.

Basso sviluppo dell’economia, corollario del punto precedente: le restrizioni alla libertà di viaggio, per alcune popolazioni appartenenti a paesi poveri ,si attuano affinché esse non si riversino facilmente nei territori più ricchi mettendo a rischio il loro sistema economico.

Influenza geopolitica nel passato e nella contemporaneità: Paesi europei come la Francia e l’Inghilterra per ragioni storiche legate ai loro rispettivi ex imperi godono di un buon piazzamento nella graduatoria delle libertà di viaggio riservate ai loro cittadini a giro per il mondo.

Potere economico e industriale: La Germania occupa il primo posto per libertà di movimento. Il Reisepass infatti annovera ben 158 paesi visitabili direttamente senza necessità di visto.

Attrazione del turismo: Molti paesi i quali sono destinazione preferita dei vacanzieri di tutto il mondo aprono facilmente i loro confini per soggiorni brevi e di natura turistica mentre d’altro canto mantengono forti restrizioni all’ingresso di stranieri nel loro mercato del lavoro affinché i cittadini nazionali non ne siano danneggiati. E’ il caso per esempio delle isole Seychelles che si piazzano nel primo gruppo di paesi più accoglienti (per fini turistici).

Comunanza Culturale: L’Unione Nordica dei Passaporti del 1954 è nata per unire i confini dei paesi scandinavi senza controlli alle frontiere all’interno del territorio dei 5 Paesi (DK, N, S, Fin, IS). La libera circolazione è garantita anche ai cittadini stranieri che abbiano con sé un passaporto o altro documento di riconoscimento (o di viaggio) per eventuali controlli. Anche se assomiglia più che altro ad un progetto di carattere economico in questo caso non è da sottovalutare l’aspetto di comunanza culturale (e talvolta linguistica) fra i 5 paesi citati.

Terrorismo, ordine pubblico: in teoria dovrebbero essere limitati i movimenti di persone appartenenti a paesi “sponsor” del terrorismo a livello economico e umano (nella misura in cui sono paesi di provenienza di gruppi terroristici). E’ ovviamente una categoria controversa specialmente in un mondo in cui un paese come l’Arabia Saudita siede nel concilio delle nazioni unite per i diritti umani. Quel paese poi vale la pena di nominarlo anche per via del fatto che opera delle restrizioni per l’ingresso nel proprio territorio dei cittadini titolari di passaporto israeliano e attua lo stesso divieto a coloro i quali presentino sul passaporto un timbro di ingresso in Israele oppure il timbro di uscita/ingresso di un valico di frontiera Giordania/Egitto confinante con Israele proprio perché la presenza degli stessi porta a dedurre un certo itinerario di viaggio considerato proibito. Più in generale l’Arabia Saudita fa da eccezione sotto diversi aspetti: non prevede l’emissione di visti turistici (quindi la si può visitare solo per affari, transito e pellegrinaggio religioso) e nonostante la sua non trascurabile influenza economico/militare non ha mai voluto sviluppare programmi di “apertura” rimanendo così un paese dove è difficile entrare ma anche uscire. Le ragioni di fondo sono le stesse per così dire: in alcuni paesi una certa minoranza trae beneficio dalla forzatura all’apertura (il liberismo) mentre in altri stati le minoranze al potere traggono beneficio dalla chiusura.

Guerra: durante lo stato di guerra è difficile mantenere le relazioni con il paese coinvolto in un conflitto a maggior ragione quando lo stato prolungato di guerra finisce col far “fallire” lo stato. Stati falliti sono per esempio attualmente la Libia e, fino a poco tempo fa la Somalia. Tutto questo fatta salva la normativa sul diritto di asilo quando riconosciuta dal paese dove il richiedente vuole depositare la sua domanda.

***

Conclusione:

Senza nulla togliere al fatto che esistano ancora altre motivazioni che possono determinare le libertà di movimento per i titolari di certi passaporti avvio verso la fine questo lungo post informativo ricordando che una salita dall’alto assomiglia ad una discesa. Dal sito passport index possiamo certo scoprire quali siano i passaporti che assicurano il movimento più libero ai loro titolari ma anche all’inverso quali siano i paesi i quali aprono (e magari possono aprire) più facilmente le loro frontiere senza richiedere particolari pratiche burocratiche. Anche ricontrollando i dati al contrario sembra che tutto torni anche se esistono numerose eccezioni.

Trattare certi temi deve essere fatto in maniera laica senza preconcetti: tacciare un paese, un governo come razzisti seguendo gli slogan del momento non aiuterà né la discussione né le persone. Niente è come sembra e alla base di tutto c’è una motivazione che la diatriba non ci aiuterà di certo a scoprire, e nel caso correggere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...