#Catalogna: perché potremmo essere di fronte ad un pattern destinato a ripetersi altrove.

#Catalogna: perché potremmo essere di fronte ad un pattern destinato a ripetersi altrove.

Le ultime due giornate sono state ricche di fatti interessanti che meritano un riassunto.

L’Unione Europea ha fatto chiarezza sulla sua posizione ed ha dichiarato l’illegalità del referendum catalano sull’indipendenza. Ha inoltre aggiunto di riconoscere un solo stato membro, ovvero la Spagna con la quale ha firmato accordi internazionali, e che una Catalogna indipendente non sarà membro dell’UE (parola del commissario francese Moscovici). Tutto bene, se non che in Serbia si sono cominciati a chiedere perchè mai il referendum catalano venga considerato illegale mentre l’indipendenza del Kosovo fu appoggiata dalla comunità internazionale senza battere ciglio; peraltro in Kosovo il referendum neanche ci fu. A tal proposito il presidente Ivica Dačić ha dichiarato che il vaso di pandora è stato aperto e che il Kosovo non potrà rimanere un caso isolato. In Europa ma anche in Spagna. Sì perchè un’eventuale indipendenza catalana potrebbe essere mal digerita ad esempio dai Paesi Baschi, i quali hanno da poco abbandonato la lotta armata per ottenere l’indipendenza da Madrid. Già il doppio standard Catalogna-Kosovo salta agli occhi in tutte le sua contraddizioni, figuriamoci l’applicazione del metodo due pesi e due misure all’interno dello stesso paese.

Su scala europea i due pesi e due misure non possono proprio essere applicati: un effetto domino di richieste di separatismo all’interno dell’UE si ripercuoterebbe in maniera estremamente negativa sull’istituzione stessa, a meno che quest’ultima non riesca a gestire questo processo.

Partiamo dall’inizio: la crisi dell’euro è sempre più insostenibile e le cose insostenibili prima o poi crollano da sole. Poichè l’Ue non sopravviverebbe, almeno nella forma attuale, ad una scomparsa della moneta unica, allora ecco che l’affaire Catalogna potrebbe rivelarsi una succulenta opportunità, per le elite di Bruxelles, di proporre un nuovo trattato che si imperni sul ruolo maggiore delle Regioni d’Europa. Scrivo già Regioni poichè gli Stati nazione sono il nemico per antonomasia dell’Unione Europea, e la loro frantumazione (con tutte le garanzie che una democrazia nazionale porta con se) è l’obiettivo dichiarato. D’altra parte la propaganda sull’Europa delle Regioni è una nenia che viene ripetuta a cadenze regolari. Una semplice ricerca su Google con le parole chiave “L’Europa delle regioni” vi farà emergere fra i primi risultati due grandi padri nobili dell’UE moderna (Prodi e Monti) più una simpatica analisi ad opera dell’Osservatorio sul federalismo e la finanza pubblica (sul cui sito campeggia il simbolo del consiglio regionale della regione Veneto (chi ha orecchi intenda Zaia, Maroni – ovvero la Lega di Bossi decisamente molto europeista ma indipendentista al tempo stesso). Agevolo quindi un articolo apparso sulla rivista Limes, datato 1993 e dal titolo eloquente “L’Europa secondo la Lega“, dove il Leader del Carroccio già propugnava tali idee politiche (venti anni dopo: 2012 Bossi link 1, link 2 – 2017 Luca Zaia a “In 1/2 ora in più”).

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Facciamo però chiarezza: l’UE non è la SPECTRE , e non opera premendo bottoni da dietro una scrivania mentre il capo malefico accarezza un gatto dall’aspetto sinistro tenuto sulle proprie gambe. Vale a dire: non ho chiesto io questo casino, almeno non direttamente, ma posso agevolare una soluzione vantaggiosa per tutti (leggi me istituzione). Quali vantaggi? Nelle crisi territoriali servono istituzioni flessibili.

Non è difficile immaginare che, vista la profonda crisi economica attuale all’interno della zona euro, i cittadini si sentano meno tutelati dal loro Stato nazionale di appartenenza (ingiustamente spesso accusato di coruzzzione, inefficienza etc) visto e considerato che quello Stato ha subito negli anni il depauperamento della propria sovranità da parte dell’istituzione comunitaria. Se il progetto europeo non dovesse evolvere verso un Più Europa maggiormente stringente allora necessariamente l’istituzione sarebbe costretta a fare passi indietro. Non è la prima volta infatti che ci viene raccontata la SStoria dell’Europa che non funziona non perché si sia dotata di regole illogiche ma perchè ce n’è ancora troppo poca. Questa crisi territoriale, ora in Spagna e poi un domani chissà dove, può portare quindi a mio parere verso una ripresa dell’idea del progetto di Europa delle Regioni. Sarebbero istituzioni flessibili che meglio potrebbero convincere alcune popolazioni ricche fin ora sopravvissute alla crisi (non tutte le regioni sono ricche ma se i ricchi fanno qualcosa i poveri credono che vada bene tout court anche per loro, quindi seguiranno a ruota) a legarsi a doppio filo all’istituzione comunitaria creando nuove aree di influenza economica, lasciando da parte le regioni ormai impoverite e distruggendo anche l’ultimo residuo di integrità del concetto di Stato Nazione. Per non parlare della rovina per alcuni Stati, tipo il nostro, che subirebbero la perdita di confini naturali con gli altri Stati d’europa.

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Quello che sto descrivendo è ovviamente una realtà da dietro le quinte. Se questo discorso fosse diretto ad esempio alle masse di votanti catalane allora difficilmente un Sì alla secessione avrebbe possibilità di vittoria. L’autonomia in Catalogna ha ripreso vigore con l’avanzare delle misure di “austerità espansiva” volute dalla UE e diligentemente applicate da Mariano Rajoy. In quel contesto il presidente catalano Artur Mas ha ridato vigore alla lotta indipendentista per liberarsi dall’oppressione fiscale di Madrid con l’obiettivo di traghettare una Repubblica di Catalogna indipendente fra le braccia di Bruxelles, la madre dell’austerità. No, non ha senso letta in questo modo ma è proprio così che è andata. La scusa utilizzata è stata quella per cui dalla Costituzione del 1978 il governo centrale spagnolo non avrebbe attuato con sufficiente vigore la promessa di maggiore autonomia fiscale per la regione catalana. Ciò che non dobbiamo inoltre sottovalutare è che tanto i Catalani indipendentisti di Mas e Puigdemont come i leghisti Bossi, Maroni, Zaia e gli Scozzesi di Nicola Sturgeon (per fare alcuni esempi) sono tutti ferventi europeisti. Si lamentano delle troppe tasse dovute all’austerità (che è figlia di Troika) ma se la prendono con il governo nazionale per poi voler approdare nella Unione che ha creato le condizioni e regole della stessa austerità fiscale da cui gli indipendentisti vorrebbero fuggire.

Visto che quindi dall’austerità fiscale non si scappa, da cosa starebbero fuggendo i Catalani? Da un popolo oppressore? Dall’unità del popolo spagnolo che secondo loro non esiste o di cui non si sentono comunque parte? Mi piacerebbe sapere come mai si possano sentire più europei che spagnoli visto che il demos europeo parla, nella migliore delle ipotesi, una lingua terza, quella del primo paese ad abbandonare l’Unione Europea.

Queste contraddizioni non possono non farmi pensare che ci sia ben di più in gioco in questa partita. Se le autorità catalane si sono potute spingere così tanto lontano è lecito pensare che abbiano pensato di poter avere un sostegno esterno di qualche forma. Dobbiamo stare attenti a come verrà tentata di risolvere questa disputa territoriale per adesso solo interna alla Spagna. Il metodo Juncker ci ha insegnato che una volta messo qualcosa sul tavolo si porta la questione fino al punto di non ritorno; è accaduto con il sistema del Bail In durante la crisi bancaria cipriota e si è finiti con l’istituzionalizzazione della procedura per tutti.

IL BRACCIO DI FERRO CON MADRID:

In questo momento è in atto un vero e proprio braccio di ferro fra il governo centrale di Madrid e la Generalitat catalana. Ieri il tribunale costituzionale spagnolo ha bloccato la sessione del parlamento catalano del prossimo lunedì, quella durante la quale ufficialmente dovrebbe essere annunciato l’esito del referendum ma dove, pensano molti, l’esecutivo di Puigdemont potrebbe proporre la votazione della Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza (per gli amici Dui). Questa scelta metterebbe con le spalle al muro il governo centrale spagnolo obbligandolo a ricorrere all’articolo 155 della Costituzione il quale prevede la possibilità di destituire le autorità regionali e riportare sotto controllo dello Stato centrale le regioni autonome. Gli esiti di tale mossa, seppur nel solco della Costituzione e della legalità, possono essere comunque imprevedibili.

Molto probabilmente il governo guidato da Rajoy perderebbe la propria risicatissima maggioranza in parlamento (basta che il partito indipendentista basco decida di non votare la prossima legge di stabilità) e si tornerebbe presto alle urne. Ciò come dice l’euro parlamentare Marco Zanni potrebbe non essere direttamente un bene per Bruxelles la quale perderebbe un governo amico e fedele come quello di Rajoy, pronto a tutto pur di attuare i successi dell’austerità espansiva. Quì c’è il vero snodo centrale: la soluzione catalana potrebbe riproporsi proprio il prossimo anno, quando un nuovo governo verrà formato in Spagna, in un clima di tensione ed incertezza. A quel punto Bruxelles potrebbe premere per la soluzione finale alla disputa territoriale.

Una possibilità potrebbe essere l’avanzata di partiti euroscettici, con l’indebolimento della UE, mentre l’altra vede la stessa Unione europea avvantaggiarsi di questa crisi dello stato nazionale per portare a compimento la centralizzazione di tutti i poteri a Bruxelles. E la seconda, purtroppo, data l’affinità tra Podemos e Tsipras, appare come la più probabile.  

link della citazione QUI

Nel frattempo il governo spagnolo è alle prese con l’elaborazione di un decreto che possa permettere ad aziende e banche catalane di poter spostare la loro sede legale in altre città spagnole ed evitare così il rischio di operare in un paese non riconosciuto da Bruxelles.

[addendum nonché QED che ci viene offerto dal Manifesto.] 

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