A proposito della Flat Tax e dell’ingiusta progressività dell’Irpef – Fonte lavoce.info

Fonte: lavoce.info

Mi prendo la libertà di citare un illuminante articolo che mette in luce gli evidenti problemi di equità che l’aliquota Irpef allo stato attuale pone a ben 41 milioni di contribuenti italiani (essendo la popolazione italiana 60 milioni potete presto e bene comprendere le dimensioni del problema).

La più grande critica alla Flat tax è di non essere abbastanza progressiva al netto del fatto che la nostra proposta come Lega sia di una Flat Tax al 15% del reddito familiare con deduzioni fisse basate su 2 scaglioni: da 0 a 35.000 euro di reddito abbiamo una deduzione fissa di 3000 euro per ogni componente del nucleo familiare, da 35.000 fino a 50.000 euro hanno diritto alla deduzione i carichi familiari, ovvero chi non percepisce il reddito ma è anzi a carico del percettore. Numeri alla mano questo sistema garantisce la progressività richiesta dalla nostra Costituzione all’articolo 53 comma secondo. Per eventuali chiarimenti in merito rimando a QUESTO VIDEO nel quale Armando Siri, ospite a “l’aria che tira” su La7, spiega nel dettaglio la proposta della Flat Tax anche con l’ausilio di esempi pratici.

Ma davvero la Flat Tax sarebbe così tanto meno progressiva in confronto soprattutto all’attuale sistema delle aliquote Irpef? Da questo confronto, ancora una volta numeri alla mano, il sistema attuale delle aliquote Irpef ne esce piuttosto ammaccato dimostrando di essere il principale vettore di iniquità fiscale. Vediamo perché:

è opportuno domandarsi se il grado di progressività dell’attuale Irpef sia ancora giustificato.
La risposta, a nostro avviso, è no. Solo per rimanere in tempi recenti, la riflessione può muovere dal “Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica” della Corte dei conti del 2014, che molto efficacemente ha definito l’Irpef “un’arma spuntata” sia per il conseguimento di un ragionevole obiettivo di equità sia per garantire l’efficienza del prelievo. Le ragioni risiedono principalmente in alcune caratteristiche dell’imposta personale:

  1. l’Irpef è un’imposta con circa 41 milioni di contribuenti, ma circa l’83 per cento sono lavoratori dipendenti e pensionati. Imprenditori, autonomi con partita Iva e contribuenti che dichiarano redditi da partecipazione sono solo l’8,5 per cento del totale dei contribuenti;
  2. a questa distribuzione dei contribuenti, fa riscontro una distribuzione molto simile dei redditi dichiarati: l’83,6 per cento è costituito da redditi da lavoro dipendente e da pensione, mentre tutte le altre categorie si ripartiscono meno del 17 per cento del totale dei redditi;
  3. analoga è anche la distribuzione dell’imposta netta pagata, dato che dipendenti e pensionati contribuiscono per l’81,4 per cento del totale;
  4. i contribuenti che dichiarano più di 100mila euro di imponibile Irpef sono poco più dell’1 per cento del totale (circa 428mila), di cui 190mila sono ancora dipendenti e pensionati;
  5. l’Irpef è un’imposta molto evasa. Secondo stime basate sul confronto fra i dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie del 2004 di Banca d’Italia e i dati delle dichiarazioni fiscali dello stesso anno, il tasso medio di evasione è pari al 13,5 per cento dei redditi dichiarati, con una particolare concentrazione tra i redditi di lavoro autonomo e di impresa (56,3 per cento), cioè tra quei redditi che sono percepiti al lordo (senza sostituto d’imposta come invece nel caso dei redditi da lavoro dipendente e da pensione);
  6. l’Irpef è un’imposta molto erosa. Secondo i dati presentati nella relazione del gruppo di lavoro sull’erosione fiscale costituito nel 2012 presso il ministero dell’Economia e delle Finanze, l’impiego di agevolazioni, esenzioni e regimi differenziati produrrebbero un impatto di circa 105 miliardi di minore imponibile, di cui circa 50 miliardi sono attribuibili alla tassazione sostitutiva dei redditi derivanti dal possesso di attività finanziarie, circa 5 miliardi al regime sostitutivo della cedolare secca, e circa 8,5 miliardi alla deducibilità della rendita catastale dell’abitazione principale (misura peraltro giustificata solo in quanto sia applicata una imposta ordinaria sul patrimonio derivante dal possesso dell’abitazione stessa). Senza contare che tra detassazione dei premi di produttività e regimi agevolati (contribuenti minimi, associazioni, eccetera) si perdono ulteriori 20 miliardi di imponibile.

Sebbene configurazioni dell’imposta personale simili all’Irpef – in termini di numero di scaglioni e livelli delle aliquote marginali – si ritrovino in molti paesi Ocse, queste caratteristiche (in particolare le prime tre e la quinta) non si riscontrano negli altri sistemi (o quantomeno non tutte insieme). In particolare, nei paesi dove vige una configurazione simile a quella italiana (ad esempio, nei paesi scandinavi) i tassi di evasione da parte dei lavoratori autonomi sono significativamente più bassi.

Difficile quindi poter difendere il sistema fiscale attuale dopo aver messo nero su bianco le evidenti iniquità di cui è portatore nei confronti dei suoi contribuenti, che ripeto sono la stragrande maggioranza.

Si dice poi che la Flat Tax favorirebbe i più ricchi ed i redditi da capitale i quali però, come potete vedere, non sono mai rientrati nella base imponibile Irpef.

L’articolo continua rincarando la dose.

UN’IMPOSTA PER POCHI

Non è quindi azzardato sostenere che la base imponibile Irpef sia stata sistematicamente svuotata rispetto all’iniziale intento di farne un’imposta di tipo onnicomprensivo secondo gli ideali teorici dell’imposizione personale. Si dovrebbe invece prendere definitivamente atto che l’Irpef è oggi un’imposta speciale su pochi redditi (lavoro dipendente e pensioni), in particolare su quelli che per loro natura sono poco mobili (rispetto ad esempio ai redditi da capitale) e percepiti al netto dell’imposta (cioè dopo l’esazione dell’imposta da parte del sostituto). Dunque, l’opposizione a riforme che prevedano una riduzione della progressività dell’Irpef dovrebbe essere motivata da argomenti che chiariscano la necessità di mantenere invece un prelievo personale così progressivo sui redditi da lavoro dipendente.
Riteniamo che, sotto un profilo di equità, queste ragioni non ci siano. È proprio la crescente specialità che sta caratterizzando l’Irpef a consigliarne la revisione in direzione di un’area di proporzionalità molto più ampia di quella attuale, anche senza giungere all’estremo di un’aliquota unica. Quando la specialità del prelievo si associa a gettiti elevati (l’Irpef è la prima fonte di prelievo) e a forme estese di progressività, si generano distorsioni equitative inaccettabili a favore di evasori e percettori di redditi che sfuggono alla tassazione personale. E sotto questo profilo, l’attuale Irpef è un pessimo esempio. L’impiego di addizionali regionali e comunali ha poi ulteriormente accresciuto le aliquote marginali stabilite a livello centrale, in alcuni casi fino a circa 3 punti percentuali, inasprendo le attuali distorsioni.

E qui viene sottolineato un punto importante:

Quando l’attuazione di un’imposta progressiva si dimostra molto difettosa, sarebbe buona regola attenuare fortemente il regime di progressività, in favore di forme di imposizione più semplici; e recuperare un profilo progressivo attraverso provvedimenti di spesa pubblica che favoriscano direttamente (con la prova dei mezzi) o indirettamente (attraverso un recupero di universalità delle prestazioni dello stato sociale) le classi meno abbienti.

 

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